Il cammino del progresso e i suoi oppositori – 4 – Dopo il Secolo dei Lumi in Europa irrompe il Romanticismo

di Bruno Sebastiani

Il Romanticismo fu quell’immenso, straordinario movimento artistico e culturale che scosse gli animi degli europei “colti” nel tempo in cui la Rivoluzione Francese e le sue conseguenze socio – politiche scuotevano le masse e i popoli, ma su ben altre basi, geografiche, storiche e di pensiero:

  • geografiche, perché il Romanticismo ebbe la sua origine e il suo massimo sviluppo in Germania, pur se poi si diffuse in tutta Europa, Francia compresa.
  • storiche, perché la Rivoluzione Francese fu figlia dell’Illuminismo, mentre il Romanticismo nacque e si sviluppò in sua contrapposizione.
  • di pensiero, perché la Rivoluzione Francese impresse alla società una potente spinta progressista (giunse a divinizzare la Ragione), mentre il Romanticismo fece appello alle facoltà irrazionali dell’uomo.

Il suo nascere e diffondersi fu preceduto tra il 1765 e il 1785 dal movimento denominato “Sturm und Drang” (“Tempesta e Impeto”) per il quale la natura era un luogo utopico, perfetto, in cui l’uomo solitario ritrova se stesso in armonia col creato, visione riconducibile al concetto di stato di natura idealizzato da Rousseau.

Ma soprattutto tra il 1749 e il 1832 visse e operò in Germania Johann Wolfgang Goethe il quale nella sua opera principale, il Faust, contestò ampiamente quel formidabile motore del progresso che è l’intelligenza umana.

«Il piccolo dio del mondo (l’uomo, n.d.a.) resta sempre lo stesso, bizzarro come il primo giorno. Egli vivrebbe un po’ meglio se tu (Dio, n.d.a.) non gli avessi dato il riflesso della luce celeste, ch’egli chiama ragione e usa soltanto per essere più bestia di ogni bestia.» (J.W. Goethe, Faust, Prima parte, Prologo in cielo)

Anche la scienza e il sapere furono bersagli della arguta penna del poeta.

«Faust: Filosofia giurisprudenza medicina, e, ahimè!, anche teologia ho studiato a fondo con fervido impegno. Ed eccomi ora, povero illuso, a saperne quanto prima. Ho il titolo di Maestro, anzi di Dottore, e saran dieci anni che, con giri e rigiri, sto menando per il naso i miei scolari, e vedo che non ci è dato saper nulla.» (ibidem, Notte)

L’uomo non può assurgere a ciò che vorrebbe. Crede che l’evoluzione del suo cervello lo abbia “deificato”, ma la sua “potenza elaborativa” è minima, infima, come quella di un insetto in paragone alla nostra, anzi, ben minore.

«Io non somiglio agli dèi! No, troppo bene lo sento, io somiglio al verme che si muove nella polvere, e mentre in essa vive e si nutre, vien schiacciato e sepolto dal passo del viandante.» (ibidem)

Se l’uomo avesse ben chiara la consapevolezza di questi suoi limiti, non si affannerebbe a cercar di modificare la realtà che lo circonda, saprebbe di non essere in grado di gestire tutte le mutazioni che intende introdurre e si accontenterebbe di lasciare ogni cosa al suo posto.

Ecco dove Goethe individuò la causa di tutti i mali: «Che cosa mi dici sogghignando, tu, vuoto teschio? Che il tuo cervello, al pari del mio, un tempo cercò confuso il lieve giorno e, aspirando alla verità, errò misero e greve nel buio.» (ibidem)

La visione di Goethe, così come è illuminante nei confronti della condizione umana, è altrettanto avvincente nei confronti del mondo della natura che tanto attrasse tutto il movimento romantico.

«Misteriosa in pieno giorno, la Natura non si fa rapire il suo velo; e ciò ch’essa non vuol rivelare al tuo spirito non glielo estorcerai a forza di leve e di viti.» (ibidem)

Questo accenno alle leve e alle viti fa pensare a tutto ciò che accadde solo pochi decenni dopo la stesura del Faust, allorquando stuoli di scienziati e di tecnici cercarono (e tuttora cercano), invano, di comprendere i misteri che ci circondano facendo ricorso all’utilizzo di macchine, microscopi e altri marchingegni.

«Faust: Felice chi può ancora sperare di emergere da questo mare di errore! Ciò che non sappiamo è proprio quello che ci servirebbe; e ciò che sappiamo ci è inutile.» (ibidem, Fuori porta)

Infine, per concludere questa breve rassegna degli spunti che si possono trarre da “Faust” per comprendere i capisaldi del Romanticismo, ecco il più esplicativo di tutti, quello che centra in pieno il bersaglio.

Margherita, la fanciulla innamorata di Faust, chiede al suo uomo:

«Credi in Dio?»

E Faust risponde: «Mia cara chi può dire: credo in Dio? Interroga preti o filosofi, e la loro risposta sembrerà soltanto irridere chi li interroga

Margherita: «Allora tu non credi?»

Faust: «Non fraintendermi fanciulla soave! Chi può nominarlo? E chi confessare: credo in Lui? Chi avere un sentimento, e osar dire: non credo in Lui? Colui che tutto comprende e tutto regge, non comprende forse e regge te, me, se stesso? Non s’inarca il cielo lassù? Non sta quaggiù salda la terra? E non salgono forse in cielo le stelle eterne, splendendo vaghe? Non ti guardo io forse negli occhi, e tutto non fa ressa verso la tua testa e il tuo cuore, operando in un mistero eterno, invisibile e visibile, accanto a te? Rièmpitene il cuore quanto è grande e poi, inebriata da questo sentimento, chiamalo come vuoi, chiamalo Felicità Cuore Amore Dio! Io non so che nome dargli. Il sentimento è tutto; il nome è rumore e fumo che offusca lo splendore del cielo.» (ibidem, Il giardino di Marta)

Chi ha mai composto una descrizione dell’euforia vitale tanto intensa ed irrazionalmente esplicativa? In queste poche frasi c’è tutto: il rifiuto della ragione, la gioia di vivere, la natura come un “unicum” onnicomprensivo e l’impossibilità, anzi l’inutilità, la dannosità, di volerla definire.

Affiora spontaneo il paragone con i primi versi del “Tao Te King”:

«Il Tao di cui noi possiamo parlare non è il Tao in se stesso. / Anche attribuendogli qualsiasi nome non sarà l’eterno nome. / … / Come non essere possiamo definirlo il nascosto Seme di tutto l’esistente: / Come essere rappresenta l’ultimo Fine a cui tende questo stesso esistente. / Sia il Seme che il Fine sono aspetti di uno stesso Principio. / Il Principio è chiamato Mistero! / Mistero di tutti i misteri! / La soglia dell’inafferrabile!»

La parola, il linguaggio, sono gli strumenti che l’evoluzione del nostro cervello ci ha messo a disposizione per definire la realtà. Ma una volta definitala, lungi dall’averne una autentica comprensione, ne ricaviamo un vuoto suono che «offusca lo splendore del cielo», perché la realtà è il «mistero di tutti i misteri, la soglia dell’inafferrabile».

Nondimeno restiamo abbagliati dinanzi alla bellezza della natura e sperimentiamo un moto interno quando ci relazioniamo con i suoi elementi. Ecco questo noi chiamiamo Sentimento e diciamo «Il sentimento è tutto»

«La prima soluzione delle antinomie, (spirito e natura, malinconia e felicità ecc., n.d.a.) la prima evasione dal limite è cercata dai romantici nel mondo del “sentimento”, che è qualche cosa di illimitato, indipendente dalla realtà, vita pura del nostro spirito.» (M. Puppo, Il Romanticismo, Roma, Edizioni Studium, 1984, p. 35)

Indubbiamente il richiamo dei romantici al “sentimento” anziché alla “ragione” ci autorizza a considerare questi artisti oppositori del progresso: nessuno ha mai trasformato il mondo della natura e men che meno lo ha deturpato con l’uso del sentimento. Solo la ragione è responsabile dei danni inferti dal progresso all’ecosfera.

Il sentimento non ha un andamento logico, è irregolare nel suo modo di procedere, proprio come lo è il profilo di un paesaggio montano, di un bosco, di una foresta. Agli occhi della ragione non ha senso che esistano colline, montagne e che l’andamento dei fiumi sia tortuoso. Se essa dovesse disegnare un paesaggio naturale lo rappresenterebbe tutto piatto, privo di asperità, e i corsi d’acqua sarebbero diritti. Anche gli alberi non avrebbero tanti rami che si protendono disordinatamente verso il cielo. I pochi, indispensabili, sarebbero tutti diritti e piegati verso terra, per offrire all’uomo più agevolmente i propri frutti.

Da quanto sin qui detto è facile anche arguire come il mondo dell’arte sia alimentato in massima parte dai sentimenti e in minima parte dalla ragione. Non per nulla il Romanticismo fu un movimento eminentemente artistico, pur con sconfinamenti in ogni altro campo dello scibile umano.

E tra tutte le arti ve ne è una che più delle altre sfugge al dominio della ragione, la musica, che tra fine ‘700 e inizio ‘800, fiorì in modo sorprendente.

«La musica appare ai romantici come la regina delle arti, perché essa non limita lo spirito dell’ascoltatore con immagini o sentimenti definiti, ma lo immerge in una specie di flusso senza fine e senza contorni, che dà l’impressione dell’infinito. La musica soltanto può esprimere senza limitarla e falsarla la vita più profonda e misteriosa dello spirito.» (ibidem, p. 92)

Gli spunti che il Romanticismo offre per estrapolare comportamenti virtuosi e irrazionali da contrapporre all’incipiente dominio di scienza e tecnica (partorite dalla ragione umana) sono innumerevoli e per esaminarli esaurientemente occorrerebbe un’opera di mole gigantesca.

Accontentiamoci per ora di aver segnalato, come per gli autori, pensatori e movimenti ascetici e culturali esaminati nei precedenti articoli, alcuni punti cardine ai quali un’umanità ravveduta potrebbe appigliarsi per ridare un senso naturale alla propria vita.

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Pubblicato su “Che vi do?” N. 93 Luglio 2019, organo della Società Pane Quotidiano

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