Homo sapiens: cancro o parassita?

di Daniel Pauly

Centro di pesca, Università della British Columbia, Vancouver, BC, Canada

ABSTRACT: Due idee contrastanti, secondo cui gli umani sono “parte dell’ecosistema” (cioè un elemento costitutivo degli ecosistemi che sfruttano) e che gli umani sono “un cancro sulla Terra”, sono esaminati in la luce dell’attuale spogliazione della biosfera. Si conclude che nessuno dei due può descrivere il nostro ruolo ecologico a lungo termine sulla Terra, che, nel migliore dei casi, dovrà assomigliare a quello di un parassita co-evoluto dei sistemi terrestri.

INTRODUZIONE

Come scienziato della pesca, ci si potrebbe aspettare da me una riflessione sulla distruzione della vita nell’oceano che va di pari passo all’industrializzazione della cattura di pesci. In verità ho già fatto simili riflessioni in numerose pubblicazioni (Pauly et al. 2002, Pauly 2009a, b, 2012). Questo saggio, invece, non è su ciò che i detrattori chiamano “la solita litania”. Piuttosto, è un tentativo di connettere due fondamentali concetti che meritano entrambi più attenzione di quanta ne abbiano finora ricevuta, e precisamente:

(1) la nozione che noi umani siamo “parte dell’ecosistema”, frequentemente affermato da coloro che cercano di conciliare sfruttamento umano e mantenimento degli ecosistemi in cui si verifica lo sfruttamento (Rapport 2000, Pavlikakis & Tsihrintzis 2003) e

(2) la nozione che noi umani siamo “un cancro della terra”, proposto da autori ben meno ottimisti di (Hern 1993, MacDougall 1996).

La prima di queste nozioni, che siamo “parte dell’ecosistema” è trattato come una verità ovvia nella letteratura sulla pesca e sulla conservazione marina (cfr. Charles 1995, Berkes 2004) e viene evocato di riflesso per respingere schemi che propongono l’istituzione di riserve naturali da cui tutte le attività estrattive umane siano escluse (vedi, ad esempio, Jones 2008). Questa idea ricolma di speranza è ovviamente piena di buone intenzioni, così come noi vorremmo riconciliare la natura con il benessere dell’uomo ovunque possibile, così come vorremmo avere la nostra torta e anche mangiarla. Ma questa idea, se presa seriamente, ci impedisce di pensare agli ecosistemi senza l’uomo. Ad esempio, dovremmo essere in grado di almeno concepire un parco naturale in cui non si può estrarre, pescare, cacciare o guidare motoslitte. Concetti utili dovrebbero aiutarci a pensare ai potenziali scenari, non a precluderli aprioristicamente.

Ovviamente, c’è stato un tempo in cui abbiamo veramente fatto parte degli ecosistemi. Quindi, i nostri vari antenati nella savana africana, mentre inseguivano delle antilopi armati solo di bastoni appuntiti, potevano cadere facilmente vittime di altri predatori, come ad esempio di un leone. In effetti, a quei tempi, la demografia umana era in gran parte controllata dalle dinamiche dei nostri predatori, d’accordo ovviamente con la dinamica del loro rifornimento di cibo. In effetti, la nostra popolazione è stata quindi controllata sia dall’alto verso il basso che dal basso verso l’alto, e questo ha comportato l’autoregolarsi della popolazione dei nostri antenati che per un lungo priodo non sono stati in grado di crescere oltre la capacità di sostentamento della Savana africana (Wells 2004, Tattersall 2009, Stringer 2011).

Ad un certo punto però furono acquisiti tramite selezione naturale e / o evoluzione culturale uno o più caratteristiche che ci permisero di sfuggire al predominio dei predatori di grandi dimensioni, probabilmente attraverso un insieme di gioco di squadra e / o di intesa linguistica (Tattersall 2009), che consentì una difesa (e offesa) collettiva. Questo consentì di eliminare i nostri concorrenti carnivori e di accrescere la popolazione umana al punto da superare la capacità di mantenimento dell’ambiente per una specie di cacciatori-raccoglitori (Mellars 2006). Delle due conseguenze emerse da questa situazione, una fu la comparsa delle guerre per le risorse, qualcosa che ci accompagna da allora, anche se forse con minore intensità (Pinker 2011). L’altra fu l’espansione fuori dall’Africa, nel resto del mondo (Wells 2004, Mellars 2006, Stringer 2011).

Questa espansione riguardò ovunque popolazioni di cacciatori-raccoglitori, fatta eccezione per la più recente espansione in Oceania, che ha visto gli agricoltori colonizzare un’isola dopo l’altra (Oppenheimer & Richards 2001).

Sia che fosse effettuata da cacciatori-raccoglitori o da agricoltori che erano anche cacciatori, l’espansione ebbe sempre gli stessi risultati: l’eliminazione di ogni potenziale predatore (perlopiù grandi carnivori), di grandi prede, ad es. moas in Nuova Zelanda (Holdaway & Jacomb 2000), mammut, mastodonti, bradipi giganti e cavalli nel nord America (Alroy 2001). Un altro risultato comune fu il degrado del manto vegetale, dovuto all’assenza di erbivori di grandi dimensioni che brucassero e concimassero i terreni (Zimov 2005), agli incendi (Flannery 2002), e all’erosione indotta dall’agricoltura (Montgomery 2012).

L’invenzione dell’agricoltura ci rese meno dipendenti dalla aleatorietà delle provviste e dai tempi delle migrazioni degli animali da preda e dalla conoscenza delle loro abitudini (Liebenberg 2013). Inoltre, abbiamo modificato le piante che abbiamo trovato nei vari habitat e le abbiamo adattate alle nostre esigenze (Purugganan e Fuller 2009). Anche in questo caso la questione può essere interpretata come nostra maggiore integrazione nell’ecosistema dal momento che le piante da noi allevate erano originariamente selvagge; in realtà significava che stavamo uscendo ancora di più dai cicli della natura, creando sistemi alternativi. Significava alimentarci, e solo noi. L’industrializzazione, con il suo uso di energia fossile per produrre fertilizzanti, e la scoperta dell’origine virale di molte malattie (con i conseguenti sistemi di igiene pubblica, miglioramento dell’igiene personale e successiva invenzione degli antibiotici) furono ulteriori passi che ci condussero fuori dall’ecosistema, in cicli pensati solo per noi. Questi cicli, che alla fine sono stati chiamati ‘The Economy’, operano all’interno della natura, ma non fanno parte di ecosistemi naturali, con i quali, tuttavia, interagiscono in modi molteplici e perniciosi (Davidson et al. 2014), lasciando una frazione incredibilmente piccola della Natura non gravemente devastata dall’impresa umana.

SIAMO UN CANCRO?

Questo progresso umano come indiscutibile intervento nei confronti della Natura che noi distruggiamo con la nostra economia (Ehrlich 2014, sezione tematica) può essere visto come analogo al terrificante progresso dei tumori maligni nel corpo di un ammalato, dove la natura è il “corpo” (Gaia? Grimm 2003) e le singole specie le sue cellule, con più tipi di controlli che possedevano per garantire l’omeostasi. (Le cose cambiano anche nel tempo geologico, ma mai così velocemente come noi stiamo imponendo alla terra, tranne che per gli impatti astronomici, simili al nostro intervento distruttivo, ma di cui non ci occupiamo in questa sede.)

Un “tipo di cellula”, Homo sapiens, si riprogrammò attraverso cambiamenti cruciali, come ad es. l’invenzione del linguaggio (Tattersall 2009) o la caccia collettiva (Liebenberg 2013) o la disponibilità di un maggior numero di armi a punta, per sfuggire a ogni tipo di controllo e proliferare, usando le altre ‘cellule’ come sostrati. La letteratura sull’”uomo – cancro della terra” fornisce analogie molto dettagliate (o sono omologie?) tra la crescita della civiltà e dell’economia globale e la crescita dei tumori maligni. In effetti, la stretta corrispondenza tra questi due fenomeni è terrificante, come lo è il rendersene conto da un finestrino di un aereo che sorvoli qualsiasi paesaggio e osservando come le opere dell’uomo continuino a crescere – fino a quando?

La maggior parte delle cellule tumorali sono stupide in quanto, dopo aver perso i geni che ne limitano la moltiplicazione e le costringono a funzionare come parte di tessuti ordinati, uccidono l’organismo che le ospita. Uno delle poche eccezioni sono i tumori trasmissibili come quello che sta attualmente decimando i Diavoli della Tasmania (Murchison et al. 2010). I parassiti sono evolutivamente più intelligenti. All’inizio possono essere assai contagiosi, ma di solito poi se ne seleziona uno che può coesistere con l’organismo ospitante e può di fatto trasformarsi in un simbionte (Haldane 1949), tale come i batteri benigni che ci proteggono dai batteri potenzialmente dannosi (vedi Hanski 2014, Sezione tematica).

LA NOSTRA ECONOMIA

Le cellule tumorali, contrariamente ai parassiti, diventano sempre più virulente con il progredire della malattia. La nostra economia è diventata ancor più virulenta. Per secoli è stata alimentata da rendimenti “normali” sul capitale, da circa il 5% (Piketty 2014) al 10% all’anno (Morowitz 1992). L’economia guidata dal normale profitto consisteva in processi “reali”, ad es. produzione di beni o trasporto dai siti di produzione ai mercati. Però, un segmento crescente di questa economia è diventato formalmente non distinguibile da un insieme di “schemi Ponzi” interagenti (Basu 2014), caratterizzato da enormi tassi di sconto (Sumaila & Walters 2005) e profitti a breve termine, situazione che contrasta l’idea stessa di sostenibilità. Questa ‘Ponzification’, nota anche come ‘Wall-Street-ization’ dell’economia, implica che un’azienda in grado di generare un profitto dal 5 al 10% a lungo termine sarà probabilmente divorata da un’istituzione finanziaria alla ricerca di superprofitti a più breve termine del 20% o più all’anno. Processi naturali generatori di ricchezza, come la (ri) crescita delle foreste o la crescita delle popolazioni selvagge o addomesticate di animali non sono all’altezza di queste aspettative (Clark 1973), che possono essere soddisfatte quindi (e solo per un po’) liquidando attività, o attraverso “schemi Ponzi” come quello perpetrato da B. Madoff (Anon. 2014); da qui l’abbattimento di foreste in tutto il mondo (Ramankutty et al., 2006), la decimazione delle popolazioni ittiche (Pauly 2009a) e il fallimento (con successiva vendita separata) di imprese private e pubbliche precedentemente redditizie e non più in grado di generare i super-profitti ricercati dalle banche d’affari e dai gestori di hedge fund. Inutile dire che questo lascia poche risorse pubbliche per affrontare i problemi strutturali, sia all’interno dei Paesi (salute, istruzione, infrastrutture, ecc.) e tra i Paesi (problemi dello sviluppo, del riscaldamento globale). Le guerre potranno quindi continuare ad affliggerci, comprese quelle in cui verranno utilizzate le armi nucleari (Toon et al., 2007), e una di queste potrebbe essere terminale.

CONCLUSIONE

La domanda è, quindi, se potremo trasformare noi umani in benigni parassiti sulla superficie della Terra, in modo che i vari ecosistemi evoluti mantengano la loro capacità di funzionare, o piuttosto, se continueremo a far parte dell’ecosistema Terra così come il tumore maligno fa parte, non per molto tempo, del corpo dell’ammalato: si accettano scommesse.

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Articolo del 2014 pubblicato online il 27 ottobre 2017 da Ethics in Science and Environmental Politics Homo sapiens – cancer or parassite

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